Ciao, mamme! Ivana si presenta.

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  • Ciao mamme, sono Ivana Danisi, una mediatrice di conflitti.
  • E che lavoro è?
  • Una professione poco conosciuta, molto bella e preziosa, in cui provo ad aiutare le persone a parlarsi quando c’è un blocco nella comunicazione o quando la comunicazione funziona male.
  • Che fatica! Funziona anche con i figli?
  • Si, molto! Richiede impegno, ma cambia il modo di relazionarsi. Non cambia vostro figlio!!! Resta sempre lo stesso, ma pian piano impara un nuovo linguaggio e questo, qualche volta, aiuta.
  • Come mai fai un lavoro così? Devi essere una persona tranquilla…
  • Tutt’altro! Sono piuttosto inquieta. Ho conosciuto presto “il conflitto” e ho provato a farmelo “amico”, a comprenderlo. E, soprattutto, a capire come saltarci fuori. Non significa che non abbia più conflitti, ma nel tempo, ho imparato a gestirli.
  • Vuol dire che fai sempre la pace?
  • Vuol dire che ho imparato ad analizzare quello che mi accade e a provare a capire il punto di vista dell’altro, senza avere la pretesa di essere sempre nella ragione. Questo, qualche volta porta ad andari avanti nella relazione e qualche volta porta a chiudere.
  • Con i figli non si può chiudere.
  • Per questo è importante trovare un modo sano per comunicare con loro e per accogliere e comprendere noi stesse.
  • Sei una psicologa?
  • Ho studiato filosofia, laureandomi con una tesi sulla Mediazione dei conflitti: dal conflitto al confronto”, perché come dicevo, ho impattato presto con questa esperienza difficile. Dopo ho seguito dei corsi annuali sulla “Mediazione pacifica dei conflitti” e sulla “Mediazione Familiare” e, 17 anni fa ho iniziato a fare esperienza. È diventato il mio lavoro. 10 anni fa, insieme ad altre due donne, fo fondato, a Modena, una cooperativa che si chiama “Mediando”, nella quale è cresciuta la mia esperienza su tanti tipi di conflitti, soprattutto familiari. Anche in quell’evento difficile che è la separazione. Poi ho sentito il bisogno di cambiare, di mettermi di nuovo in gioco, mantenendo lo stesso lavoro, ma iniziando come libera professionista. Ho molti progetti. Innanzitutto, quello di far conoscere la mediazione, anche in un blog. Non chiudermi solo in un studio di consulenza, ma provare a confrontarmi con le persone, utilizzando tutte le risorse che ci sono, come quella della rete. Certo, prediligo sempre il confronto di persona, perché amo il contatto a caldo e, spero, che avremmo occasione di conoscerci dal vivo, ma trovo interessante avvicinare a questo tema tante persone…chi di noi non ha conflitti? Un altro progetto è quello di offrire anche degli strumenti operativi, una metodologia collaudata, perché è complesso affrontare il conflitto con partner e figli. Infine, anche se la fine non c’è, continuo a fare ricerca su questi temi, perché l’essere umano è complesso (noi donne di più!) e mi piace intrecciare più approcci che offrano il massimo possibile del benessere personale. Amo il mio lavoro e lo faccio con passione. Con la stessa passione con cui ballo il tango e il ritmo intenso della vita. Sono come molte di voi: piena di contrasti e di sbalzi di umore (soprattutto nel premestruo!), ma ho imparato a fare dei miei limiti la mia ricchezza. Voglio invecchiare con tutte le rughe che i conflitti hanno segnato sul mio volto e vederne la bellezza…soprattutto quando sorrido. Ciao mamme!

 

 

Separazione e dintorni: quando un rapporto finisce

140128-crocker-ok-tease_kjh6pkLa separazione è un evento della vita molto complesso da affrontare, spesso carico di sofferenza ed emozioni forti come la rabbia, la paura, il senso di colpa o di abbandono. Da un punto d vista emotivo è ugualmente importante sia che ci sia stato un matrimonio, una convivenza, un fidanzamento, o qualunque forma abbia preso la relazione, perché quello che fa male è sciogliere il legame. E fa male non solo per chi è “lasciato”, ma anche per chi “lascia”. Ed è faticoso a 20 anni e a 50. È vero che può avere implicazioni diverse e molto specifiche a seconda di chi lo vive, ma non è semplice per nessuno, per cui è importante riconoscere e dare dignità a questo evento a chiunque di noi accada.

Proviamo ad aprire qualche “finestra” per guardare meglio questo evento e scorgere qualche elemento di riflessione. (nel nostro blog non ci sono ricette ma una la voglia di condividere e confrontarsi intorno ad esperienze professionali e personali).

È chiaro a tutti che se io sono la persona che è stata “lasciata” il carico della sofferenza ha un impatto notevole e, soprattutto, devo “subire una scelta che non è mia!”. Ed è chiaro che accettare l’idea che ci sia una mia co-responsabilità nella dinamica relazionale e, dunque, nella fine del rapporto, è difficile da accettare. Questo è il primo punto di riflessione. Le relazioni si costruiscono e si disfano in due. Lo so, lo so, che fa male, che sembra inaccettabile se sono la persona “lasciata”, ma se le cose non hanno funzionato eravamo in due! Io ho la mia parte di responsabilità. Questo, in realtà, è un elemento, che se assunto, mi permette di capire cosa è accaduto e di trovare la forza per andare avanti. Cogliere che alcuni comportamenti ce non hanno funzionato erano i miei, mi permette di prenderli e guardali con amore e mi offre la possibilità di cambiarli, per evitare di cadere nelle stesse dinamiche alla prossima occasione. La relazione finisce, io no! Io continuo ad esistere e posso aprire una luce su questa esperienza per comprendere cosa agisco e come posso cambiarlo. Nessun altro può farlo al posto mio ed io posso amare ancora, un’altra persona e, soprattutto, me! Non per essere narcisistici e autoreferenziali, ma per mettersi in gioco nella coppia, in un incontro futuro, se lo vorrò. In questa prospettiva la sofferenza trova un senso e una direzione che è difficile darsi nella separazione, dove tutto crolla, dove io barcollo. Questa analisi vale anche per chi “lascia”, per comprendere che si era in due, ed uno dei due sono io!!! E posso anche mollare adesso, ma devo farlo passando anch’io attraverso una strettoia, che non è il giudizio o il senso di colpa, ma la comprensione. Cosa è accaduto fra me e l’altro? Quali comportamenti ho agito che hanno bloccato la crescita della relazione? Quali bisogni avevo a cui non ho dato voce?

Ragionare sulla “fine” vuol dire anche pensare “all’inizio” e al “durante”. Cosa cerco nella relazione? A quali bisogni risponde? Quando incontriamo una persona e iniziamo a costruire la relazione, possiamo essere tentati dall’illusione di “appoggiare” la nostra vita all’altro. Questa illusione, all’inizio, si nutre anche del fatto che l’altro ci sostiene in questa credenza con messaggi del tipo: “non preoccuparti amore, ci sono qua io.” Come se volesse o potesse risolverci i problemi della nostra vita. Errore madornale! L’altro può comprendere, condividere, sostenerci, anche aiutarci per quello che può, ma la responsabilità della nostra vita, della nostra felicità è nostra! L’altro ha il suo “zainetto”, quando è stanco possiamo fermarci e aiutarlo ad alleggerire il peso, ma lo zaino è suo. L’aiuto, il prendersi cura reciproco, che nella coppia è fondamentale, non può diventare una “scusa”, per appoggiare sull’altro la mia infelicità. Alla fine di una relazione torno all’inizio. Questo fa paura, è vero. È angosciante. Perché è faticoso prendersi la responsabilità della propria vita e della propria felicità. L’altro ha fatto un cammino con noi. Piccolo o grande. E ci ha fatto scoprire delle cose di noi: “belle” e “meno belle”. A noi il compito di renderci luminosi, passando il guado. Dall’altro lato del fiume ci sono ancora io…e, forse, qualcuno che ha voglia di andare avanti insieme a me.

 

 

«L’amore non è un vestito già confezionato, ma stoffa da tagliare, preparare e cucire. Non è un appartamento “chiavi in mano”, ma una casa da concepire, costruire, conservare e, spesso, riparare.»coraggiosi-in-amore-2
(M. Quoist)

 

Essere o non essere? Questo è il problema.

 

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Spesso nella vita ci troviamo di fronte a dei dubbi, ci sentiamo confusi, spossati. Ci sembra di essere in un labirinto, ed è difficile trovare l’uscita. Siamo in bilico tra amore e odio, tra certezze ed incertezze. Siamo vulnerabili, spesso scontrosi, irritabili. Ma perché questo accade? La risposta è semplice: non riusciamo ad ascoltare noi stessi. Spesso siamo troppo impegnati a fare del nostro meglio per gli altri. Spesso la vita ci assorbe, ci risucchia in un vortice frenetico e siamo così presi da non riuscire più ad ascoltare noi stessi. Ma quando alcune certezze crollano, quando molliamo un attimo la presa, quando, per un minuto, chiudiamo gli occhi per rilassarci, il nostro Io bussa alla nostra porta, forte, insistente, pronto a farsi sentire. Ed eccoci, in piena crisi, non sappiamo cosa fare. Ci sentiamo incapaci di prendere decisioni, sopraffatti, in bilico tra quello che vorremmo fare e quello che sarebbe giusto fare. Allora l’unica cosa da fare è ascoltare se stessi, dare spazio ai propri bisogni, andare alla ricerca di ciò che ci fa star bene per spianare la strada alla serenità. Ascoltare se stessi, sempre, come un motto stampato al centro del cuore, dare spazio alla propria persona. Più ci sforzeremo di compiacere gli altri, peggio staremo: con noi stessi e col mondo.

 

Parliamo di famiglia: l’importanza del padre

Nella mia esperienza professionale e personale ho conosciuto molti padri e ho cambiato completamente il mio punto di vista su questa relazione. Ho sempre sentito la centralità del ruolo materno, il suo essere un pilastro, e ho guardato di straforo al ruolo paterno, qualche volta con sospetto. Poi ho iniziato ad incontrare uomini che stavano vivendo l’esperienza della separazione e li ho sentiti parlare dei loro figli. Una voce nuova, competente e amorevole, capace di esprimere emozioni quali tristezza per il timore di perdere l’amore del proprio figlio, la paura di non vederlo crescere, l’ansia del fare i compiti insieme con tutta la didattica cambiata, la noia e il delirio delle feste, la tenerezza nel metterlo a letto e il sospetto che ti addormenterai prima di lui! La rabbia di non riuscire a far rispettare le regole. E soprattutto, la gioia in tutte le sfumature: quella semplice di partecipare ad eventi della quotidianità come l’incontro con gli insegnanti, l’accompagnamento e il sostegno nelle attività sportive; quella calda di un sorriso vero o abbraccio improvviso, quella spiazzante di una battuta ironica che non ti aspettavi, quella profonda di chi ti conosce e ti ama così come sei. E ho scoperta una nuova forma di lotta che non conoscevo. Una lotta non violenta, che intreccia l’attenzione e la premura per i propri figli, il rispetto verso l’altro genitore, con la fermezza di voler essere un punto di riferimento solido e amorevole. È come se nell’esperienza della paternità e in una fase difficile di essa, l’evento separativo, l’uomo contattasse e rinnovasse la sua capacità di cura ed esprimesse un modo di lottare senza aggredire. Non che non si passi attraverso l’espressione della rabbia mediante comportamenti aggressivi, soprattutto verbali. Questo lo vedo accadere. Ma dentro la stanza di mediazione e attraverso l’attaccamento potente ai propri figli, l’uomo fa un percorso di trasformazione della propria rabbia, imparando ad usarla come energia per lottare al fine di crescere i propri figli. Questo disinnesca, nel tempo, il comportamento aggressivo verso la donna, nella valorizzazione del ruolo e del legame affettivo che il figlio ha con essa. È un percorso di consapevolezza che richiede tempo, costanza, tenacia. Ma anche per i padri non separati questo vale. Spesso il padre tende a sentirsi messo da parte, addirittura sminuito, con la paura di non essere abbastanza “bravo”, o abbastanza importante per il proprio figlio. Questo è tendenzialmente dato dal rapporto forte che il bambino crea con la sua mamma. La risposta migliore che un padre può dare è quella di fare del proprio meglio per essere un papà coi fiocchi, semplicemente essendo se stesso e dando tutto se stesso per il proprio bambino. Insomma, questi papà, sono molto più bravi di quello che sembrano! Sanno cullare con braccia possenti. Sanno giocare, anche se alla mamma sembreranno sempre giochi troppo spericolati. Sanno accompagnare il proprio figlio, non solo a scuola o a calcio o a danza, ma in tutte le sue esperienze di vita. Sanno amare, anche se spesso non sanno lasciarlo trasparire. Quando nasce un bambino, insieme ad esso, nascono anche due nuove figure: quella della mamma e quella del papà. Non servono istruzioni per l’uso, capiranno da soli come fare, perché per entrambi ora c’è un nuovo sole al centro dell’universo: il proprio figlio. Dad's really good at explaining stuff

 

Il rapporto tra mamma e figli: un filo d’oro indistruttibile

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In una notte di dicembre di quasi due anni fa venne alla luce Alexander, un bimbo meraviglioso, ma non era l’unico nato quella notte: insieme a lui nascevo anch’io, nasceva una mamma. Quello tra mamma e bambino è un rapporto particolare, molto difficile da descrivere. La piccola creatura che hai messo al mondo diventa superiore a tutto, più importante della tua stessa vita, con uno sguardo puoi capire di cosa ha bisogno, ascoltando la frequenza sonora dei suoi pianti puoi distinguerli l’uno dall’altro, perché si, ogni pianto è diverso. Il bambino, a sua volta, ti dimostrerà fin dal primo istante in cui vedrà la luce, un amore smisurato, incomparabile, indescrivibile. Un figlio, soprattutto nei primissimi anni di vita, per quanto possa legarsi ai parenti più stretti, avrà sempre un punto di riferimento fortissimo, indistruttibile: la sua mamma. Questo fenomeno si chiama “attaccamento madre-bambino”, in cui tra le due parti si instaura un legame primario fortissimo ed importantissimo. Ma c’è anche un’altra cosa molto importante da fare per la mamma: non dimenticarsi di se stessa, della coppia, dei propri interessi. E’ giusto accettare gli aiuti che vengono offerti anche per dedicarsi un paio d’ore per se stesse. Probabilmente vi sentirete in colpa quando lascerete i vostri bambini con una nonna o una baby sitter “solo” per dedicarvi un po di spazio. Ma io vi dico: fatelo. Fatelo per voi stesse, per chi vi sta accanto e anche…per i vostri bambini. Il legame con un figlio è indistruttibile anche se vi dedicate un po’ di tempo per voi. Il legame con un figlio è importante ed appagante, ma voi, come persone, avrete bisogno anche di uno spazio per voi: se non ve lo prenderete, prima o poi, finirete per sentirvi frustrate, e il bambino lo avvertirà. Se invece vi lascerete andare a qualche ora di sana solitudine, alla fine sarete più serene, rigenerate, e quello che trasmetterete al vostro bimbo sarà proprio questo, serenità. Il fatto di dedicarvi un po di tempo per voi per poi tornare dal vostro bambino vi aiuterà a mantenere un equilibrio di vita sano, che favorisce il benessere, servirà quindi anche ed evitare i conflitti, con voi stesse e/o col partner. Come mamme, vi capiterà di sentirvi sole o inadeguate, ma c’è una sola cosa che dovete sempre tenere presente, una sola verità: al centro del cuore del vostro bambino ci sarete sempre voi, l’amore che provate l’uno per l’altra è platonico, eterno, incrollabile. E’ come un albero secolare, dalle radici profonde, anche se vostro figlio è nato solo da 5 minuti. Buona fortuna a tutte, mamme. 

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Chi è quella persona che abita dentro di me? Un Ufo! …quando il conflitto è con sé stessi

Hai presente quella spiacevole sensazione di aver a che fare con una persona poco simpatica? E hai presente la sensazione orrenda di scoprire che sei tu? Ahuuuuuuuuu.

Ci sono dei giorni che proprio non riusciamo a capirci, non ci sopportiamo. Per alcuni di noi si tratta anche di mesi, anni di incomprensioni e liti con sé stessi. Parliamo con gli amici, guardiamo film, andiamo in palestra per cercare di comprendere chi è quell’ Ufo che ci abita dentro, sperando di sbarazzarcene! E invece no! Lui ha preso la residenza dentro di noi…che carino! Freud, nella sua ricchissima produzione di idee, ha elaborato diverse teorie riguardo la nascita di tale conflitto, come contrapposizione fra istanze diverse: fra il principio di piacere e il principio di realtà, fra pulsioni sessuali e pulsioni di autoconservazione, fra Eros e Tanatos. La contrapposizione per lui, avviene soprattutto a livello inconscio. Durante questo secolo che da Freud giunge a noi, abbiamo imparato che molte delle cose che sfuggono alla nostra comprensione e che ci accadono quotidianamente, accadono in questa “zona d’ombra” della nostra mente. Come fare allora a conoscere e comprendere l’Ufo? Dobbiamo tutti fare un percorso di psicoanalisi? Premesso che ci farebbe benissimo, la risposta della mediazione è quella di provare ad entrare nella zona d’ombra, iniziando ad essere attenti a sé stessi. Il primo passo è quello di mettersi in ascolto delle proprie emozioni. Possiamo farlo tutti. Ti capita di svegliarti al mattino e sentirti triste? Ti capita di tornare da lavoro e, mentre sei in auto, sentire ansia? Le nostre emozioni ci parlano! Sono un meraviglioso campanello d’allarme. Ci dicono cosa sta accadendo introno alla zona d’ombra. Una zona che è fatta di sogni e bisogni. Di cose che ci mancano e che per noi sono importanti: ad esempio, l’amore, il riconoscimento, la stima, l’appartenere ad un gruppo, l’avere uno scopo nella vita. Sono bisogni propri dell’essere umano ma assumono una connotazione diversa per ognuno di noi. Se sono triste perché sento che mi manca l’amore, cosa vuol dire per me essere amato? Quando mi sono sentito veramente amato? Come posso fare per iniziare a rispondere a questo bisogno? Lo so, alle volte i discorsi iniziano e finiscono con una domanda. È il problema dei filosofi! Buona domanda a tutti.

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Credere in se stessi: una strada per la libertà

Quante volte davanti ad una difficoltà ci siamo sentiti sminuiti? Quante volte siamo stati tentati di lasciar perdere, e quante volte ci siamo arresi a noi stessi?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
  Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!”
Questi versi descrivono una parafrasi perfetta di quello che si vive quando ci si trova davanti ad una “selva oscura” durante un percorso. Quando si vive un conflitto, quando si vive una difficoltà in una relazione, quando un rapporto si trova a un punto morto, o ancora, quando si è all’interno di una mediazione e si tenta di affrontare uno scoglio, spesso, spessisimo, ci si convince che forse è meglio lasciar perdere, lasciar andare, concentrare le proprie energie su qualcosa di più piacevole e semplicemente dimenticare. Bhe, ci si sbaglia. Bisogna credere in se stessi, in quello che si fa, questo deve essere il nostro mantra. Non mollare mai, questo deve essere sempre il nostro punto di forza, dobbiamo farlo per noi stessi, per le persone che amiamo, e anche per chi non crede in noi, perché dovranno ricredersi: noi possiamo farcela, la forza è dentro di noi, dobbiamo solo tirarla fuori. Dobbiamo ruggire di fronte alle difficoltà che l’esistenza pone sul nostro cammino senza lasciarci sopraffare. Credere in se stessi e in  ciò che si fa, come Mégas Aléxandros (Alessandro Magno) con il suo prode destriero, Bucefalo, un cavallo che stava per finire al macello e che invece, grazie alla tenacia del giovane Alexander, diviene il cavallo di uno dei più grandi conquistatori e strateghi della storia. Un altra cosa importante? Credere negli altri. Offrire sostegno e supporto alle persone in cui crediamo, incitarle a non mollare a loro volta, creare una rete di sostegno perché la società non crolli sotto il suo stesso peso, insomma, “credere” è la parola d’ordine.
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